Storie di lose – Bradbury, Ohno e le gomitate a fin di bene

Siamo in piene olimpiadi invernali, quindi cosa c’è di meglio di una bella storia di lose olimpica per celebrare una data storica per noi della FIL?

Oggi infatti è il 16 febbraio 2022 ed è il ventesimo anniversario di un episodio che rimarrà per sempre negli annali della lose olimpica internazionale.

Lo sport è lo short track, ovvero il pattinaggio di velocità che fa sembrare i pattinatori criceti impazziti in tutine aderenti. Le olimpiadi erano quelle di Salt Lake City del 2002.

Filatelia sportiva di un certo livello

In realtà la storia della vittoria di Bradbury è la classica bella strappastorie lacrima (cit.) di rivincita che parte negli anni ’90 con strabilianti risvolti tarantiniani che non capiamo come sia possibile che nessuno ci abbia ancora fatto un film.

Tutt’altro che sconosciuto e sprovveduto come potrebbe sembrare, da ragazzo Steven era un pattinatore promettente. Oro mondiale nella staffetta 5000m nel 1991 poi ancora un bronzo ed argento nella stessa specialità nel 1993 e nel 1994 e poi un bel bronzo olimpico alle Olimpiadi invernali di Lillehammer 94 costituiscono un bel palmarès, soprattutto considerando il suo paese d’appartenenza, l’Australia, non proprio conosciuto per gli sport invernali. La sfortuna però decide di prendere il sopravvento e subito dopo le olimpiadi del ’94, in una gara di coppa del mondo a Montreal, riporta una profonda ferita all’arteria femorale che viene recisa dalla lama di un pattino dopo una caduta. In una scena splatter che non sfigurerebbe in un qualsiasi film di Tarantino (Quentin se ci leggi prendi spunto), perde 4 litri di sangue, tinge la pista di rosso e rischia addirittura la morte il buon Steven. 111 punti di sutura e 18 mesi di riabilitazione dopo ritorna però in pista. Fortemente rallentato (o impaurito?), continua la sua carriera nell’ombra fino alla strabiliante vittoria di Salt Lake City del 2002, 8 anni dopo il terribile infortunio.

Sembra una bella favoletta ed infatti lo è, ma a noi della FIL le favole a lieto fine non piacciono sempre. Quindi, fidi cultori della lose non disperate e ricordate del lapalissiano adagio che fa: per ogni vincitore c’è sempre uno sconfitto. Se poi il vittorioso vince a culo e lo sconfitto gioca in casa, la lose vale doppio.

Come da titolo infatti, di quella sera di venti anni fa noi vogliamo ricordare il vero eroe, l’atleta che la FIL invidia, il beniamino di casa, colui che per usare le parole del commentatore-gufo che analizzava la gara con il mitico Franco Bragagna si doveva solo “limitare a vincere”, ovvero Apolo Anton Ohno, nato a Seattle da mamma americana e papà giapponese. Segni particolari, fascetta alla Karate Kid.

Apolo ‘Karate Kid’ Ohno nel 2006 a Torino

Enfant prodige del pattinaggio a stelle e strisce, Apolo Ohno ha vinto un po’ di tutto in carriera: 9 ori mondiali e 2 olimpici più svariate altre medaglie di tutti i metalli ed in tutte le competizioni. Quella sera però era diverso. Si giocava in casa l’oro nei 1000m. La sua prima possibilità di vincere un oro olimpico. Tutto il pubblico lo acclamava. Tutti erano per lui. Anche i giudici che chiuderanno due occhi in più occasioni controverse, come vedremo.

Di Karate Kid infatti non aveva solo la fascetta. Ohno amava mettere e togliere la cera mentre pattinava e durante la finale dei 1000m rifilò una bella gomitata allo storico rivale, il povero ed incolpevole coreano Ahn Huyn-soo. Ma Apolo non aveva fatto i conti con il karma. La gomitata infatti causò la caduta dei due che come ovvia conseguenza scatenò la pazzesca carambola alla base della vittoria del nostro lento Steven Bradbury che si stava godendo, ben dietro il gruppetto di testa, la sua inaspettata finale. Ohno infatti cade e perde l’oro davanti il suo pubblico. Un epilogo fenomenale che ci piace assai.

In quella gara l’americano arriverà poi secondo senza subire nessuna squalifica e vincerà qualche giorno dopo il suo primo oro olimpico nella controversa finale dei 1500m, aiutato dai giudici che squalificano, questa volta un po’ inspiegabilmente, un altro coreano dopo qualche spintonata in corsa. Ma questa è un’altra storia. Oggi si celebra la lose dell’americano Apolo Ohno che si cela dietro la vittoria di Bradbury del 16 febbraio 2002.

Il momento esatto in cui Ohno viene colpito dalla lose

Dirà Bradbury dopo la gara: «Non ero certamente il più veloce, ma non penso di aver vinto la medaglia col minuto e mezzo della gara. L’ho vinta dopo un decennio di calvario».

A noi della FIL che in fondo in fondo (ma proprio in fondo) abbiamo un cuore, piace invece pensare che quella gomitata Ohno la abbia data apposta per far vincere Steven Bradbury.


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